La critica verso il rifiuto opposto a Welby dalle gerarchie ecclesiastiche fino a negargli i funerali religiosi sta montando anche nella Chiesa cattolica, anzi direi proprio in questa. È stato sfigurato di fronte al mondo il volto della «sposa di Cristo», madre accogliente. E Dio stesso ha subito una penosa violenza direi quasi blasfema. È stato ingabbiato dall'intransigenza del Vicariato di Roma in una immagine quanto meno dimezzata e quindi falsata, come il Dio dell'onnipotenza, unico padrone della vita e della morte, giudice inflessibile banditore di una legge impietosa ed escludente. Mentre è stato oscurato il Dio che nasce in una stalla, soffre e muore nella maledizione, espulso dalla città, con le braccia aperte quasi in un abbraccio universale di tutti i maledetti. Hanno ragione Padellaro e Colombo a chiamare in causa l'assenza di Cristo, del Cristo della croce, se ho ben capito il senso profondo dei loro editoriali del 27 dicembre.

La vicenda di Welby è profetica: dice l'impotenza delle cattedre religiose di fronte ai drammi delle persone in carne ed ossa. Ma parla anche a tutti noi, incapaci finora di costruire una convivenza sociale accogliente verso il dramma di Piergiorgio, che è il dramma condiviso da molti nelle stesse sue condizioni. Dice che è distorto il nostro rapporto con la natura, con la vita e con Dio stesso. La profezia di Welby ha fatto affiorare una questione fondamentale anche per la nostra epoca, sepolta nel profondo, annegata nelle parti oscure della nostra coscienza. Un po' come è accaduto duemila anni fa con la profezia di Gesù, quando morente emette il grido pieno di angoscia e di mistero, soffocato dagli spasmi della crocifissione: «Dio mio perché mi hai abbandonato». Quel grido è risuonato nella storia facendo ogni volta riemergere il bisogno e la ricerca di un Dio «diverso» da tutte le codificazioni dogmatiche isterilite e divenute inutili anzi dannose, violente e distruttive. Forse la riflessione su un Dio «altro» va rivolta anche alla ricerca di un concetto «altro» di natura. Abbiamo bisogno di guardare la natura con occhi nuovi. Ci può esser di aiuto avvicinare l'esperienza di Pierre Teilard de Chardin, gesuita, teologo con propensione al misticismo, grande scienziato, geologo e paleontologo. Gli fu proibito dall'autorità ecclesiastica di pubblicare gli scritti teologici e dopo la morte furono condannate le opere pubblicate postume. La sua intuizione di fondo sembra essere il «muoversi verso», cioè la trasformazione finalizzata. Attraverso la sua indagine di rigore scientifico sulla evoluzione biologica giunge alla convinzione che la Biosfera tende alla coscienza, cioè si evolve verso la Noosfera, parola difficile che significa in sostanza «mondo della coscienza». Ma ciò avviene non perché già all'inizio c'è un ordine precostituito. La natura non è data una volta per tutte. L'evoluzione non segue una linea ben individuabile, si muove anche a tentoni, a strappi e a impennate inspiegabili. L'ordine è nel futuro, non nel passato: va costruito. L'Universo si dipana nella libertà e nell'autonomia nutrite di relazioni. E sono precisamente questi valori di trasformazione che costituiscono il compito umano di «costruire la Terra - costruire la natura». Dio è lì, nella trasformazione, non nella fissità. Nello stesso periodo, anni 50, sosteneva cose simili Ernst Block, marxista antidogmatico ed eretico, autore del Principio-speranza: «Il nerbo del retto concetto della storia è e rimane il novum . Quando si è sperimentata una volta la realtà come storia non è più possibile il ritorno alla fede astorica di ciò che sussiste e rimane in eterno».

E siamo al dunque finale. Oltre a guarire la percezione della natura, abbiamo bisogno contestualmente di guarire anche la nostra malata percezione del rapporto fra vita e morte. Noi percepiamo la morte come separata dalla vita, anzi contrapposta alla vita. In particolare il cristianesimo ci ha abituati fin da piccoli a considerare la morte come punizione per il peccato: «a causa di un solo uomo (Adamo) il peccato è entrato nel mondo e col peccato la morte e la morte si è estesa a tutti perché tutti hanno peccato» (Lettera di Paolo ai Romani). La Chiesa indefettibile assicura la vittoria definitiva sul nemico assoluto che sarebbe la morte, dando la vita eterna a chi si affida al suo abbraccio. Con la secolarizzazione, la funzione di esorcizzare la morte è assolta da altre grandi costruzioni sociali fra cui non ultima una certa concezione assolutista della scienza medica. E non è forse una tale assolutizzazione della vita e una tale separazione fra vita e morte che rende tanto aggressivo l'«ordine» mondiale in cui viviamo? Mentre portiamo avanti ogni giorno l'impegno politico e sociale per la giustizia e la pace, contro la violenza e la guerra, al tempo stesso il nostro pacifismo ci deve portare oltre la dimensione socio-politica della lotta. E questo vale anche per l'impegno intraecclesiale che non può limitarsi a rincorrere con la critica scelte inopportune o errate delle gerarchie. Bisogna andare finalmente alle radici. Welby ci sia di esempio: ha fatto una scelta di grande valore simbolico e profetico, ha desacralizzato un concetto ossificato e ormai inadeguato di natura, del vivere e del morire, e ha riaperto la ricerca sul senso della esistenza, sulla natura e su Dio.